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Lavorare in Basilicata con la testa in Europa





Parlare di lavoro in Basilicata è faccenda complicata, soprattutto se si vuole evitare di cadere nell’elencazione dei mali atavici e delle oramai manifeste difficoltà che ha il sistema economico regionale nell’affrontare una competizione globale fatta di delocalizzazione e di maggiore insicurezza “sul e del posto di lavoro”. Siamo inoltre a chiusura del periodo di “intersecazione” dei due periodi di programmazione; da un lato il sessennio 2000-2006, che per una serie di principi di contabilizzazione della spesa pubblica, trova conclusione difatti a dicembre 2008 e, dall’altro il sessennio 2007-2013, che, a causa di una serie di ritardi non tutti imputabili alla macchina amministrativa regionale, entra nel pieno della sua capacità di spesa proprio al termine del 2008. Questa coincidenza può costituire un pretesto per parlare di lavoro in Basilicata in una chiave di lettura Europa, praticando un passato motto che ci invitava ad avere la testa in Europa, pur conservando i piedi nella propria terra. E’ innegabile che la Basilicata vincerà la sua personalissima ed intricata sfida con la competizione mondiale solo se saprà agganciare, o forse riagganciare, il suo sviluppo all’Europa. Ma in che modo? E soprattutto, a quale idea di Europa? Esiste un modo per definire l’Europa, le sue idee, le sue tradizioni, i suoi costumi?

In una ingegnosa e provocatoria lezione, pubblicata dal Nexus Istitute di Amsterdam George Steiner sostiene che l’idea di Europa, e quindi la sua capacità di essere fonte di identificazione comune e motore di sviluppo, possa esser fondata intorno ai seguenti concetti cardine:

1. i suoi caffè, ovvero il fatto che la sua geografia è costellata di punti di incontro e di pubblica socialità – creatività e innovazione -;

2. la possibilità di percorrerla a piedi, attraverso una sostanziale continuità antropica, testimoniata dai sentieri di pellegrinaggio ancora oggi battuti (ad es. il percorso di Santiago de Compostela, la via Herculea, etc.) – ambiente e sviluppo sostenibile –;

3. una toponomastica dedicata alla sua storia ed alle sue maggiori personalità – valore della tradizione -;

4. un patrimonio culturale che è sintesi di Atene e Gerusalemme, ossia sintesi della tradizione filosofica classica e dell’influenza delle principali religioni monoteiste –cultura ed interculturalità -;

5. la consapevolezza che ogni civiltà è destinata a evolversi, a mutare, ad andare oltre sé stessa – competitività ed inclusione sociale -.

Dietro questa ispirata sintesi, è possibile intravedere una possibilità di riportare al centro del nostro agire quotidiano quella certa idea di Europa cui ispirarsi per compiere scelte, sperimentare iniziative, selezionare e finanziare progetti. Non so quanto questa idea sia un azzardo, quanto invece una fortunata intuizione e quanto una provocazione, ma per capirlo occorre porsi una domanda: è possibile ipotizzare il futuro del lavoro e quanto i lucani si stanno attrezzando per il lavoro del futuro attraverso una idea di Europa articolata in specifici principi e campi di analisi, che possono darci la possibilità anche di misurare il nostro cammino verso quella idea?

Io penso di si; anche per tutto il significato che il lavoro costituisce per l’individuo in termini di coesione sociale, apertura verso il futuro e verso la diversità, etc. Se quindi la nostra idea di Europa non può prescindere da quanta e quale occupazione genera il nostro sistema economico (vedi SEO e principi di Lisbona), alla stessa maniera l’idea di lavoro non può prescindere dal modello e dall’idea di Europa che abbiamo nella testa. Se è vero che i pilastri dell’Unione sono tre (Mercato unico, Politica estera e di sicurezza comune e Cooperazione nei settori della Giustizia e affari interni), il quarto pilastro possiamo identificarlo nell’idea di Europa che abbiamo. La sua definizione è complessa, ma esprimibile quale insieme dei 5 concetti cardine prima espressi e associabili alle seguenti parole chiave: Europa come creatività e innovazione, ambiente e sviluppo sostenibile, valore della tradizione, cultura ed interculturalità, competitività ed inclusione sociale.

Pubblicato il 22/9/2008 alle 11.55 nella rubrica Labor_into.

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